Capii che, se si svegliava urlando all’una di notte, non voleva che entrassi in camera sua.
Voleva che mi sedessi fuori dalla porta.
Potevo farcela. Potevo gestire tutto. O almeno, è quello che continuavo a dire a tutti.
Potevo farcela. Potevo gestire tutto.
***
L’ispettrice raccolse il suo fascicolo.
“La segnalazione di oggi non sembra avere alcun fondamento.”
“Di nuovo?” chiesi.
Sospirò. “Di nuovo.”
L’accompagnai alla porta d’ingresso.
Prima di andarsene, si fermò un istante.
“Michael?”
“Sì?”
“Essere segnalati più volte non significa automaticamente essere colpevoli.”
“La segnalazione di oggi non sembra avere alcun fondamento.”
Mi strofinai il palmo della mano contro i jeans.
“Però non mi fa certo fare una bella figura.”
“No. Ma le ricorrenze contano.”
Se ne andò.
Sapevo esattamente a quale ricorrenza si riferisse.
***
Denise arrivò quaranta minuti dopo.
Sapevo esattamente a quale ricorrenza si riferisse.
Indossava un cappotto color crema che probabilmente costava più di due mesi del mio affitto e portava una borsa della spesa con stampato sopra un unicorno glitterato.
Vicky la vide dalla finestra e smise di colorare.
Quella cosa mi disse più di qualsiasi denuncia mi si potesse mai muovere contro.
Vicky la vide dalla finestra e smise di colorare.
Denise entrò con disinvoltura non appena aprii la porta.
“Eccola qui!”
Le porse la borsa.
“La mia bellissima nipotina.”
Vicky non si mosse.
Il sorriso di Denise si trasformò in una linea sottile.
“È per te.”
“Grazie,” disse Vicky.
“Beh, aprilo, tesoro.”
“La mia bellissima nipotina.” Vicky guardò prima me.
Quel rapido sguardo non sfuggì a Denise.
Dissi: “Fai pure.”
Dentro c’era un cappotto rosa molto costoso.
Vicky ne toccò una manica. “È carino.”
Il viso di Denise si illuminò.
“Ti servirà qualcosa di caldo da noi.”
La guardai. “Da voi?”
“Ti servirà qualcosa di caldo da noi.”
Si voltò verso di me, come sorpresa che l’avessi sentita.
“Per quando verrai a trovarci.”
“Non è quello che hai detto.”
Denise sospirò. “Michael, tutto deve per forza trasformarsi in una discussione?”
“No.”
“Bene.”
Accarezzò i capelli di Vicky. Mia sorella si ritrasse.
Denise finse di non notarlo.
“Vogliamo solo il meglio per lei.”
“Michael, tutto deve per forza trasformarsi in un litigio?”
Howard entrò alle sue spalle, portando due caffè.
Mi fece un cenno veloce col capo.
“Com’è andata l’ispezione?”
Lo fissai.
Denise lanciò un’occhiata di sbieco al marito.
Troppo tardi.
Dissi: “Curioso. Non ti ho mai detto che ce ne fosse una.”
Howard bevve un sorso.
“Denise ha accennato al fatto che c’erano delle preoccupazioni.”
“Com’è andata l’ispezione?”
“Preoccupazioni di chi?”
Denise intervenne: “Non fare il bambino.”
“Ho diciannove anni,” sbottai. “A quanto pare, è tutto ciò che hanno contro di me.”
Abbassò la voce.
“Nessuno ce l’ha con te, Michael.”
“Tre segnalazioni in cinque settimane.”
Fece un gesto sprezzante con la mano. “Non posso controllare cosa riferisce la gente.”
“Però sembri piuttosto informata su tutto.”
“Nessuno ce l’ha con te, Michael.”
Howard si mise tra noi. “Non parliamone davanti a Vicky.”
Quello, almeno, era giusto.
Guardai verso il tavolo.
Vicky aveva smesso del tutto di colorare.
Abbassai la voce.
“Cosa vuoi, Denise?”
“Voglio che tu ti riprenda la tua vita.”
“Io ho una vita.” «Voglio che ti riprenda la tua vita.»
Lei rise. «Due lavori e niente laurea?»
Il suo sguardo vagò verso il bancone.
Una busta ingiallita dal fumo spuntava da sotto una pila di documenti scolastici.
Le carte della mia ammissione all’università.
Denise la prese in mano.
«Avevi dei progetti.»
«Posala» intimai.
«Tua madre era così orgogliosa quando ti hanno preso.»
«Denise.»
«Avevi dei progetti.»
Continua nella pagina successiva
