Ogni parola era vera.
All’ora di pranzo, la battuta aveva già raggiunto la velocità tipica delle cose che si diffondono a scuola: si era replicata, acquisendo nuovi dettagli e trovando nuovi ascoltatori. Qualcuno vicino agli armadietti chiese se mia madre avesse parcheggiato la macchina al Walmart. Un gruppo di ragazzi rise con la disinvoltura di chi ha trovato una fonte di divertimento infallibile e intende approfittarne finché dura.
Io continuavo a camminare.
Ecco cosa intendo con quell’ora di pranzo, quell’ora trascorsa in mensa con il vassoio e il quaderno, e il peso accumulato della mattinata: non reagire non significava non sentire. Mia madre mi aveva insegnato che erano due cose diverse.
Mi ha insegnato che il controllo non è sinonimo di assenza, che ciò che scegli di non mostrare è comunque qualcosa che ti porti dentro, e che portarlo dentro è un lavoro in sé.
