La classe fece quello che fanno le classi quando una figura autoritaria dà il permesso di ridere: risero. Non tutti, non tutti; c’erano bambini che fissavano i loro banchi con lo sguardo perso nel vuoto, inespressivi, e non si unirono alle risate, cosa che notai e annotai, perché in quei momenti è ovvio chi rimane in silenzio. Ma le risate erano così forti da riempire la stanza, e io stavo in piedi davanti con la mia fotografia e il mio quaderno, con la faccia così calda che sentivo il calore salirmi fino alle orecchie. Non ho discusso.
Anni fa, dopo un’altra umiliazione in un’altra stanza, mia madre mi disse che chi sente il bisogno di mettere in imbarazzo gli altri spesso si sente insignificante dentro, e che non avrei dovuto abbassarmi al loro livello. Ho conservato quelle parole come uno strumento, qualcosa da tenere in tasca per quando serve. E ora le ho usate. Sono rimasta dov’ero. Ho tenuto stretto il mio quaderno. Non ho discusso.
