«Basta, Ryan!» disse lei. «Non puoi stare lì impalato come se fosse uno scherzo. Non più.»
Nell’aula calò il silenzio. Il giudice si appoggiò allo schienale della sedia, chiaramente incuriosito. Per la prima volta quel giorno, l’espressione compiaciuta di Ryan cominciò a svanire.
La voce di Karen Cooper aleggiava nell’aria, acuta e pesante. Aveva trascorso notti insonni a ripassare ciò che avrebbe detto: suppliche, avvertimenti fermi, appelli commoventi al ragazzo che un tempo aveva cullato tra le sue braccia. Ma quel momento non era più confinato tra le mura della sua cucina. Ora si stava svolgendo in un’aula di tribunale, sotto lo sguardo di estranei: avvocati, giornalisti e vicini di casa che avevano subito le conseguenze delle decisioni sconsiderate di Ryan.
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«Ti ho tirato fuori dai guai tre volte», disse, alzando la voce. «Ho coperto i tuoi errori con i vicini, con la scuola, con la polizia. E ogni volta mi dicevo che avresti imparato, che saresti cambiato. Ma continua a ridere in faccia a tutti. Persino a me.»
“Mamma, siediti. Non sai di cosa stai parlando.”
«So esattamente di cosa sto parlando», ribatté lei. «Credi forse che non mi sia accorta dei soldi che mancavano dalla mia borsa? O delle notti in cui sparivi, pensando che fossi troppo stanca per accorgermene? Ho portato questo peso da sola, Ryan. E oggi non ti proteggerò più.»
Un mormorio si diffonde nell’aula. Karen si rivolge al giudice Whitmore. “Signor giudice, mio figlio pensa di essere intoccabile perché l’ho sempre protetto. Pensa che le conseguenze non lo riguardino perché sono sempre stata lì ad attutire il colpo. Ma se vuole sapere perché si comporta così… è in parte colpa mia. Ho trovato delle scuse. Volevo credere che fosse ancora il mio dolce bambino.”
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