Detestavo il suo ragionamento. “Posso vederlo?” Parlargli, davvero, prima di prendere questa decisione da soli? “Certo.” Domani.
La mattina seguente riportarono Josiah a casa. Ero seduto vicino alla finestra del soggiorno quando sentii dei passi pesanti nel corridoio.
La porta si aprì ed entrò mio padre, poi Josiah dovette chinarsi, letteralmente, per infilarsi sotto lo stipite.
Oh mio Dio, era enorme! Era alto quasi due metri, muscoloso e ben piazzato, le braccia sfioravano appena lo stipite della porta e le mani portavano i segni di bruciature di una forgia, come se avesse frantumato delle rocce.
Aveva il viso rugoso, una folta barba e i suoi occhi vagavano per la stanza, senza prestarmi alcuna attenzione.
Se ne stava lì con la testa leggermente china e le mani giunte, nella posa di uno schiavo in una casa bianca. Il soprannome “Bestia” era più che meritato: sembrava in grado di radere al suolo una casa a mani nude.
Allora mio padre parlò: «Giusiah, questa è mia figlia, Elilapar». Mi guardò negli occhi per un istante, poi tornò a guardare a terra.
«Sì, signore.» La sua voce era sorprendentemente dolce, profonda, eppure calma, persino gentile. «Elilapar, ho spiegato la situazione a Josiah.» Lui ha capito.
«Si prenderà cura di te.» La mia voce tornò, seppur tremante.
«Josiah, hai capito cosa mi sta proponendo mio padre?» Mi lanciò un’altra rapida occhiata. «Sì, signorina.» Sarò tuo marito. Ti proteggerò, ti aiuterò.