Quando si sente parlare di cinque anni, la cosa suona insignificante, come un breve passaggio, poche pagine da scorrere velocemente. Ma quando quegli anni non sono scanditi da stagioni o festività, quando vengono contati invece nei corridoi fluorescenti degli ospedali, nei portapillole e nell’odore pungente e persistente di disinfettante che si appiccica alla pelle, il tempo si comporta diversamente. Si addensa. Si deposita pesantemente nei polmoni. Si trasforma in un fardello da trascinare invece che in uno spazio da abitare.
Mi chiamo Marianne Cortez. Ho trentadue anni e la donna che vedo riflessa mi sembra un’estranea. La sua postura è incurvata verso l’interno, come se si stesse costantemente preparando. Occhiaie scure incorniciano occhi che non sembrano mai trovare riposo. E le mie mani… le mie mani rivelano tutto. Irritate dai continui lavaggi. Callose per aver sollevato un corpo che non era destinato a essere portato da solo. Segnate dalle maniglie delle sedie a rotelle e dalle sponde del letto d’ospedale.
Un tempo la mia vita era semplice. Persino piena di speranza. Ho conosciuto mio marito, Lucas Cortez, a una raccolta fondi locale a Boulder. Aveva una naturalezza che faceva sentire le persone comprese, speciali. Quando parlava, l’attenzione lo seguiva. Quando sorrideva, sembrava un sorriso personale. Ci siamo sposati in fretta, spinti da progetti che sembravano solidi e condivisi: figli, viaggi, una casa più grande in un posto più tranquillo. Un futuro che ci sembrava meritato.
